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Presentazione Rapporto SVIMEZ 2018 L'economia e la società del Mezzogiorno
Giovedì 8 novembre ore 10 - Sala della Regina, Palazzo Montecitorio, Roma
Interdipendenza tra l’economia del Nord e del Mezzogiorno
Intervista del Direttore Luca Bianchi a "Il Messaggero" (9 settembre)
Sistema educativo nell’Italia dei dualismi. Una discussione a partire dal “Education&Training Monitor 2017”
Seminario SVIMEZ e Rappresentanza della Commissione europea in Italia (11 settembre)
Luca Bianchi a Fuorigioco su Radio Uno
Il Direttore SVIMEZ interviene sulle politiche per il Sud alla presentazione del Rapporto Sud messo a punto da Ance e SVIMEZ (27 settembre)
Sicilia. Ripartire dalle imprese
Editoriale Bianchi e Provenzano sulla Sicilia su L'Economia del Corriere della Sera (16 luglio)

Il Mezzogiorno nella stampa e nei convegni: Rivista economica del MEzzogiorno 1-2 2014

Tra gli avvenimenti più importanti registrati nel periodo di osservazione di questa rassegna, dal gennaio al maggio 2014, ci sono la nascita del Governo Renzi e la ripresa del dibattito meridionalista. Quest’ultimo si pone, da un lato, nella forma di una rinnovata attenzione alla “geografia” della competenza e della governance della coesione territoriale; dall’altro lato, dal punto di vista storico, si presenta nell’alto numero di articoli fioriti attorno alle pubblicazioni dei volumi di Emanuele Felice e della coppia Daniele-Malanima sul divario Nord-Sud.

Il nuovo Governo appare tale in tutti i sensi: il premier è il più giovane della storia repubblicana, diversi ministri sono donne di età compresa tra i 30 e i 45 anni, la mission è “riforme strutturali ad ogni costo con l’appoggio di qualsiasi forza politica”. Accusato di non occuparsi del Mezzogiorno, avendo anche soppresso il Ministero per la Coesione territoriale, il “sindaco d’Italia” Matteo Renzi più volte scende nelle città del Sud, da Siracusa a Napoli, incontra studenti e gente comune, ma pare a prima vista, in linea con la tradizione dei precedenti Governi, circoscrivere le strategie a sostegno del Mezzogiorno essenzialmente a una serie di interventi contro la mafia oppure alla razionalizzazione della spesa dei fondi europei. Mentre i fondi sono al centro di un nuovo, acceso dibattito sul loro miglior utilizzo per il rilancio del Sud, torna a imporsi sulla stampa la querelle relativa alla possibilità di istituire una macroregione meridionale.

Incoronando Renzi leader indiscusso sia del Partito Democratico che della guida del Paese, con il 40% dei consensi, le elezioni europee di fine maggio aprono anche, d’altra parte, la strada a un diffuso sentimento euroscettico diffuso in tutto il continente e caldeggiato in Italia dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega Nord. Nel Veneto torna a riproporsi il fantasma della secessione, con un referendum indipendentista votato alla fine di marzo da oltre 1 milione di persone; mentre Napoli ricorda il rogo di Città della Scienza un anno dopo, in un clima di dissapori tra Regione, Comune, Ministero dell’Ambiente e Bagnoli, con il suo carico di potenzialità, ingerenze politiche e di opportunità mancate, si erge a triste simbolo del Sud immobile. Pompei continua a crollare, e gli organi di informazione dedicano al Mezzogiorno nuovi spazi di approfondimento “on the road”: “Il Mattino”, grazie alla penna di Marco Esposito, inaugura una serie di inchieste su temi socio- economici e servizi ai cittadini; continua la battaglia del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” per sollecitare le istituzioni regionali e nazionali a migliorare la qualità del servizio ferroviario della dorsale adriatica, dal Friuli alla Puglia, attraverso l’adozione dell’Alta velocità; il neoeletto direttore del “Corriere del Mezzogiorno” Antonio Polito dedica una Giornata di studi al Mezzogiorno mettendo a confronto storici, politici e studiosi; il settimanale “Panorama” inaugura la kermesse “Panorama d’Italia”, che, con una serie di dibattiti e proiezioni cinematografiche, tocca Reggio Calabria e Lecce con l’intenzione di mettere in contatto esponenti politici, imprenditori e l’associazionismo impegnato in prima linea.

Un anno dopo il “Documento- Agenda per il Sud”

A un anno dalla presentazione alla Camera dei Deputati del Documento-Agenda per il Sud “Una politica di sviluppo per riprendere a crescere” il 6 febbraio 2013 ai partiti politici in vista delle elezioni – Documento promosso dalla SVIMEZ e da altri venti Istituti meridionalisti - il bilancio delle proposte e dei risultati non è dei migliori. Il quotidiano napoletano “Il Mattino” ricorda l’anniversario nell’articolo “Deriva Sud, caduto nel vuoto l’appello delle Associazioni”, a firma di Nando Santonastaso, pubblicato il 26 gennaio 2014, il primo di una serie di interventi dedicati al tema. Imbarazzante che sia ancora passato tempo senza osare nulla, scrive il giornalista: lo dimostra il fatto che nell’ultimo anni tutti gli indicatori economici - PIL, tasso di occupazione, saldo tra imprese nate e chiuse - sono peggiorati; e che le strategie messe in campo nel Documento proposte ai candidati al Governo del Paese, dalla rigenerazione urbana al rafforzamento delle reti infrastrutturali e logistiche, dal Piano di gestione delle acque al potenziamento delle energie rinnovabili, fino allo spostamento della tassazione dalla produzione al consumo, sono cadute nel vuoto. Il Documento meridionalista è stato inascoltato, tuona Marco Zigon, Presidente della Fondazione Matching Energies e in seguito firmatario del Documento dei 21 Istituti, nell’intervista “Politici, basta incertezze, siamo all’ultima spiaggia” a corredo dell’articolo già citato su “Il Mattino”. Al Sud c’è più spazio per la ripresa, sostiene Zigon, e ci sono tante eccellenze in molti settori, ma mancano le condizioni di contesto favorevoli alla crescita. Di qui la necessità di far sedere attorno allo stesso tavolo i Governatori delle Regioni meridionali e gli Istituti firmatari del Documento, per discutere operativamente di programmi che sappiano effettivamente colmare i divari e che siano in linea con le priorità indicate dall’Unione europea, tra cui, in primo luogo, il rilancio dell’industria manifatturiera. Il progetto è quello di un “Forum delle Regioni meridionali”, come titola l’intervento omonimo a firma del Presidente della SVIMEZ Adriano Giannola e dello stesso Zigon, pubblicato sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 2 febbraio. Più che un intervento, un vero e proprio manifesto, che muove dall’analisi del contesto economico in cui la crisi si diffonde, più “decadenza di sistema” che crisi, comunque. Scrivono gli autori che “la moneta unica convive malissimo con le profonde divergenze delle strutture fiscali” dei vari paesi europei, soprattutto orientali, e a questo squilibrio si unisce una profonda polverizzazione del potere politico tra le varie istituzioni comunitarie e gli Stati nazionali. Polverizzazione ben nota anche in Italia, dove i vari livelli di governance, invece di lavorare insieme nella stessa direzione, il più delle volte lottano tra loro. Servono invece strategie di sviluppo condivise e sistemiche, frutto di un confronto istituzionale e operativo su poche, precise e ben chiare opzioni: green economy, porti e logistica, rigenerazione urbana e turismo, promozione dell’agroalimentare, gestione delle acque, rilancio del manifatturiero. A questo sono chiamati gli Istituti meridionalisti un anno dopo: avanzare proposte di intervento nei campi in questione e discuterne con tutti i soggetti istituzionali nel Forum.

Il dibattito sulle misure da implementare per il rilancio del Sud trova sponda anche su “Il Sole 24 Ore”, dove, il 31 gennaio, Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis si fanno sostenitori di un “Piano d’azione per il Sud”, proposto in un primo momento nell’articolo Il Mezzogiorno ha quattro grandi talenti da investire, e successivamente, il 24 aprile, nell’intervento, sempre pubblicato sul quotidiano di Confindustria, Un nuovo patto per il Mezzogiorno e per la crescita. Partendo dal presupposto, scrivono gli autori, che il Mezzogiorno è un’area “problematica” dal punto di vista economico e resta irrisolto il divario con il Centro-Nord, è però vero che all’interno dell’area vi sono “nuclei di forza significativi” su cui far leva che non sono sufficientemente né conosciuti né supportati. Ricordando il convegno promosso dalla Fondazione Edison e dall’Accademia dei Lincei tenutosi a Roma il 23 ottobre 2013 - di cui si è riferito nel numero precedente di questa Rassegna - gli Autori sottolineano come, nonostante la crisi, il valore aggiunto manifatturiero del Mezzogiorno sia superiore a quello di intere nazioni, come Finlandia o Danimarca, e l’export meridionale pesi non poco nella bilancia commerciale nazionale anche riguardo a settori ad alta tecnologia. Per questo, rilevano gli Autori, occorre liberare le energie economiche propulsive e vitali del Sud, e potenziare le esistenti, cosa che aiuterebbe un rilancio dell’intero Paese. Strategia che, secondo Quadrio Curzio e Fortis, deve basarsi su quattro pilastri: manifattura, porti e logistica, agricoltura e turismo. L’imprenditorialità meridionale, continuano, è forte ma diversa da quella del Nord, perché frammentata e non messa a sistema. Di qui la necessità invece di “trasformare le istituzioni portando nelle stesse una “logica industriale e di sostenere particolarmente le imprese innovative meridionali per permettere loro di fare massa critica e agire strutturalmente sul contesto, attraverso la creazione di un organo di proposta, indirizzo e controllo sia sui flussi finanziari verso Sud che sugli investimenti, e il riconoscimento di un maggiore spazio collaborativo tra associazioni di imprese e forze sociali. Una sorta di “interazione virtuosa tra forze sociali ed istituzionali e forze economiche e tecnico-scientifiche” che al Nord ha trovato le sue radici anche sulla scorta, circa due secoli fa, delle riflessioni di Carlo Cattaneo.

A sostegno dell’idea di dare vita a Forum delle Regioni meridionali si schierano anche Pino Aprile (Se il Mezzogiorno riparte dal basso, “Il Mattino”, 7 febbraio) e Alfonso Ruffo (Parte dalle Regioni la rifondazione del Mezzogiorno, “Il Sole 24 Ore”, 9 febbraio). Secondo Aprile, negli ultimi tempi i meridionali hanno ripreso a fare politica nel senso antico e nobile del termine, mettendosi insieme per fare battaglie comuni nell’interesse collettivo, e ottenendo già dei risultati, come nel caso della lotta contro l’inquinamento ambientale nella Terra dei Fuochi. Il Forum delle Regioni meridionali va in questa direzione: fare effettivamente rete a vari livelli perché da soli non si risolve il problema, anzi, si perde. Significa anche mettere da parte i particolarismi e gli interessi di bottega, e il fatto che l’azione si muova contestualmente dall’alto (il Forum) e dal basso (associazionismo) fa ben sperare. Il punto è capire quanto tempestivamente si possa agire in sinergia; perché il tempo è propizio a cambiare effettivamente segno, ma le stagioni e le occasioni pur positive vanno e vengono, non sono eterne, e passate queste opportunità il rischio è che tutto ritorni immobile. Guarda con favore alla proposta del Forum anche Alfonso Ruffo: riprendendo il manifesto Giannola-Zigon e la riflessione di Quadrio Curzio e Fortis, sottolinea il favorevole momento attuale, utile a superare egoismi, programmi mediocri e clientelari e progetti di cortile. I Governatori saranno chiamati a sconfiggere la frammentazione uniformando le azioni in un quadro sovraregionale che inserisca l’economia meridionale nel contesto mediterraneo. Il Documento-Agenda per il Sud diventa, insomma, la base per rifondare con spirito rinnovato e costruttivo la governance del Mezzogiorno.

Renzi e i Fondi strutturali europei

Il dibattito sui mancati effetti del Documento-Agenda per il Sud presentato nel 2013 dagli Istituti meridionalisti si intreccia, nel mese di febbraio, con le discussioni sul (poco) peso riconosciuto alla questione meridionale nel neonato Governo Renzi.

A seguito della sfiducia votata a larghissima maggioranza dalla Direzione del Partito Democratico guidato da Matteo Renzi al nuovo programma di riforme proposto dal Governo Letta il 13 febbraio, dimessosi il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affida a Renzi, sindaco di Firenze, l’incarico di formare il LXIII° Governo italiano. La nuova squadra si presenta alla Camere il 24 e il 25 febbraio, con forti elementi di novità: soltanto sedici ministri, di cui otto donne e cinque non parlamentari. Nel suo discorso di insediamento il premier, parlando esclusivamente “a braccio”, sottolinea la distanza preoccupante tra i cittadini e i palazzi del potere, la diffusa sfiducia della popolazione verso il futuro eppure anche la voglia e l’energia di rivalsa, la consapevolezza di essere “l’ultima spiaggia”, l’ultima occasione credibile per la quale impegnarsi profondamente, aspettandosi però dai cittadini un giudizio anche severo sulle azioni promesse e mai realizzate. Renzi parla di scuola, giovani, problemi delle imprese, riforme in vari settori, della necessità di agire subito e incisivamente, perché troppo tempo è stato perso invano negli anni mentre l’Europa e il mondo andavano avanti; ma non cita espressamente il problema del sottosviluppo meridionale. È quello che i parlamentari prima e i giornalisti poi gli rinfacciano: nessuna parola sul Mezzogiorno, nessun Ministro meridionale (a eccezione di Maria Carmela Lanzetta, Ministro per gli Affari Regionali, già sindaco calabrese nel mirino della ‘ndrangheta), e la soppressione del Ministero per la Coesione Territoriale, guidato prima da Fabrizio Barca e poi da Carlo Trigilia, con il conseguente rischio di perdere tutto il prezioso e certosino lavoro svolto in quella sede soprattutto per il potenziamento dei meccanismi di raccordo Stato-Regioni. Immediata la replica del Presidente toscano ai Deputati il 24 febbraio, poche ore dopo il suo discorso di insediamento: “Bastano davvero delle parole in libertà per ottenere la fiducia rispetto ai grandi temi del Mezzogiorno? O piuttosto non è arrivato il momento di impostare in modo diverso il modo di gestire la programmazione europea, considerando che i fondi strutturali sono la più straordinaria opportunità che abbiamo, non nei prossimi anni, ma nei prossimi mesi?”. E ancora: “Come possiamo continuare a vivere di parole, accontentarci delle parole quando quello del Mezzogiorno è un problema strutturale che necessita di una svolta radicale uscendo dalla cultura della lamentazione cui ho fatto riferimento. Se non era chiaro che il passaggio sulla burocrazia, sul fisco, sulla riorganizzazione della macchina della giustizia, sul tema dell'uscita dalla cultura della lamentazione riguardava anche e preliminarmente il Mezzogiorno mi scuso. Ma se dobbiamo semplicemente fare un discorso astratto e teorico, beh, allora evidentemente abbiamo sbagliato Governo”. Mezzogiorno che si declina in due voci, una positiva e l’altra negativa: programmazione europea, per agire sullo sviluppo, e lotta alla criminalità, per limitare i danni che porta all’economia legale. Non è un caso che all’interno della Direzione del Partito Democratico già nel dicembre 2013 sia comparsa la delega a “Sud e legalità”, affidata alla giovane campana Pina Picierno.

Dure critiche al discorso del premier in materia di Mezzogiorno arrivano dal Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Intervistato da Adolfo Pappalardo su “Il Mattino”, Vendola: “In questi anni solo slogan nessuna diagnosi sul Mezzogiorno”; il 26 febbraio, Vendola prende le distanze dal Sud lamentoso evidenziato da Renzi e sottolinea la necessità effettiva di passare dalle parole ai fatti, fermo restando che tacere anche per scelta sull'argomento è e resta “una pezza peggiore del buco”. Per Vendola una delle misure più concrete a sostegno della crescita potrebbe riguardare lo sblocco delle spese per investimenti contenute nel Patto di stabilità. In assenza di misure ad hoc che deroghino dall'applicazione, infatti, il Patto di stabilità impedisce anche alle amministrazioni virtuose con i soldi in cassa di destinare risorse a progetti di sviluppo. Bisogna inoltre, conclude Vendola smettere di pensare che i fondi europei siano sostitutivi della spesa ordinaria invece che aggiuntivi. A sostegno di Renzi invece l'editorialista del “Il Sole 24 Ore” Guido Gentili. Rispondendo alla lettera di un lettore pubblicata il 27 febbraio sul quotidiano, L'interesse per il Sud si misura con le azioni non con i ministri. Tutto il Sud Italia è assente nel Governo, scrive il lettore; e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, pur chiedendo più volte un incarico, non è stato ascoltato. Gentili ritiene “pessimo” il concetto secondo cui non citare nel discorso di insediamento del premier un padre del meridionalismo oppure non nominare dei Ministri “Sud-targati” equivalga a disinteressarsi del Mezzogiorno. Non è l'esercizio di un meridionalismo parolaio o la lottizzazione geografica dei Ministri a risolvere il problema più importante dell'Italia in Europa; citare Sturzo o Croce, insomma, non serve. Perché continuando il gioco, fa notare, nel Governo è si presente un ministro calabrese ma nemmeno uno piemontese. Plaude alla critica al Sud lamentoso l'economista Nicola Rossi. Intervistato da Michele Cozzi su la “Gazzetta del Mezzogiorno” il 23 febbraio (Rossi: Padoan scelta giusta) l'economista si dice favorevole all'abolizione del Ministero per la Coesione territoriale, cui dovrebbe invece seguire l'istituzione di un'Agenzia per la Coesione che si distacchi nettamente dalle politiche degli ultimi venti anni. Così come bisogna smettere di valutare l'interesse di un governo per il Sud “al peso”, dal numero cioè di ministri meridionali coinvolti. Il Sud, continua Rossi, dovrebbe rendicontare sulla base delle idee e dei risultati, finora apparsi molto fragili. Risultati particolarmente fragili soprattutto riguardo alla spesa dei fondi europei, tali da spingere l'economista bocconiano Roberto Perotti su “Il Sole 24 Ore” del 27 febbraio (Sacrifichiamo i fondi Ue per ridurre il cuneo fiscale) a chiedere di rinunciare alla quota di fondi europei per il Sud, in linea con quanto proposto da un altro bocconiano, Tito Boeri, su “Repubblica” del 26 febbraio (Il governo senza portafoglio). Scrive Perotti che “molti dei soldi che riceviamo dalla Ue non servono a niente, anzi sono dannosi: faremmo molto meglio a rinunziarvi e a chiedere uno sconto equivalente sui contributi che versiamo alla Ue”. Il nuovo programma europeo 2014/2020 porterà infatti 33 miliardi di fondi di coesione all'Italia, di cui 22 concentrati in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia: un fiume di denaro – rileva Perotti -che trascina e alimenta una gigantesca macchina amministrativa, Piani nazionali e Piani regionali, con annessi Ministeri e direzioni varie all'interno dei vari Ministeri, assessorati regionali, enti e agenzie nazionali e regionali per la formazione, l'internazionalizzazione delle imprese, ecc. Se fossero così urgenti e indispensabili questi fondi sapremmo bene come spenderli, scrive Perotti; invece ci si arrovella a inventare bandi e programmi fantasiosi e inverosimili pur di impiegare risorse. Se Boeri propone a Renzi di richiedere il pagamento immediato della metà delle risorse europee destinate all’Italia per impiegarle nel risanamento dei debiti della PA verso le imprese, scrive Perotti che, a fronte ad esempio di 10 miliardi da destinare a questa voce, l'Italia potrebbe utilizzarne 4 e girare gli altri 6 per la riduzione delle tasse, dando così un taglio “a una delle fonti principali di inefficienza, burocrazia, malcostume, corruzione e malgoverno delle regioni”.

Il giorno dopo, 28 febbraio, sempre sul quotidiano di Confindustria, e' il Vice Presidente Alessandro Laterza, delegato al Mezzogiorno, a rispondere a Perotti nell’intervento I fondi europei sono imprescindibili. Laterza rimarca come il sasso nello stagno gettato dal Governo Renzi sul Mezzogiorno abbia scatenato una ridda di reazioni le più diverse, che spaziano dalla critica alle classi dirigenti regionali e al centralismo all'annoso problema delle origini del sottosviluppo meridionale, diviso tra i Borbone prima e i Savoia poi. Ma la delega alla Coesione, rimasta alla Presidenza del Consiglio nella persona del Sottosegretario Graziano Delrio, non e' un giocattolo da smontare, un bricolage da ricollocare a piacimento. La vera occasione di riflessione dovrebbe venire da una nuova strategia di spesa delle forti somme che ci spettano, in una logica e visione di sviluppo nazionale, che introduca sistemi di premialità piuttosto che esclusivamente di riprogrammazione, e trovi una soluzione ai limiti effettivi del Patto di stabilità per le amministrazioni più virtuose. Il dimezzamento della spesa in conto capitale e il crollo degli investimenti denotano la crisi da cui facciamo fatica a uscire: tagliare la quota della coesione destinata alla spesa in conto capitale, circa un terzo del totale, equivarrebbe a segare il ramo su cui siamo seduti, un puro esercizio di fantasia che serve soltanto a far perdere tempo e opportunità. Ancora più duro Gianfranco Viesti su “Il Mattino” del 28 febbraio (La coesione salva il Sud, ecco perché). Definendo “macchiettistica” la proposta di Perotti, Viesti ricorda come i Trattati e le regole comunitarie, frutto di decenni di dibattiti e di costruzione delle politiche, non possono essere smantellati dall'oggi al domani; in più, quello che – a suo avviso - sottende tra le righe è il desiderio di destinare le risorse comunitarie, alla fine, sotto forma di restituzione di crediti alla PA oppure di riduzione del cuneo fiscale, alle aree più ricche del Paese, visto che, in linea con la vulgata corrente del Sud corrotto e sprecone, meno soldi si mandano nel Mezzogiorno e meglio e'. Senza negare anche la presenza di disservizi o bad practices nella gestione dei fondi, Viesti ricorda che in materia “non c'è un solo colpevole da assicurare alla giustizia” come nei gialli di Agatha Christie, ma tra i vari fattori spiccano il disinteresse del Governo centrale per molti anni e le gravi carenze politiche e tecniche di Regioni e altre amministrazioni nazionali, che si esplicitano poi nei ritardi di esecuzione delle opere, nell'utilizzo delle risorse non per progetti di sviluppo ma per supplire a esigenze quotidiane, oppure nella dispersione delle somme in microprogetti. (Un tema ben approfondito dallo stesso Viesti anche nel saggio scritto con Patrizia Luongo I fondi strutturali europei: otto lezioni dall'esperienza italiana, pubblicato sul numero di febbraio della rivista “Strumenti RES” della Fondazione siciliana). Alla fine, conclude Viesti, e' il vuoto della politica, la sua assenza di strategie e indicazioni di priorità a rendere possibile la presenza di proposte estemporanee. Mentre la buona politica, quella di Barca e Trigilia, che ha saputo mettere in campo una complessa operazione di riprogrammazione di fondi, assistenza alle Regioni, individuazione di pochi obiettivi chiari e di grandi, precisi interventi su cui concentrare le risorse, non dovrebbe cadere nel dimenticatoio. Anzi: in questo senso il semestre di presidenza italiano dell'Unione può essere una grande occasione per continuare sulla linea virtuosa tracciata, insistendo sulla necessità di concentrare i fondi su pochi obiettivi e misure, assegnare compiti precisi ai diversi livelli delle amministrazioni, controllandole, e, nel caso in cui siano inadempienti, esercitando anche poteri sostitutivi. Lo spreco delle risorse si può dedurre anche da un’analisi del Direttore Riccardo Padovani contenuta nell’ultimo Rapporto SVIMEZ, scrivono Luisa Grion e Federico Fubini su “Repubblica” (L’Italia rischia di perdere 42 miliardi di fondi europei, 17 maggio), che mette a confronto l’andamento del Pil misurato in pari potere d’acquisto nelle distinte regioni dell’Europa a 15. In media, scrivono gli autori, fra il 2007 e il 2010 le aree della convergenza, le più povere in Europa, hanno subìto una caduta della ricchezza del 3,5% contro -1,7% delle aree più sviluppate. Ma l’Italia è andata peggio anche della Grecia, subendo al Sud un crollo del 4,6% contro il -4% greco. In più, ricordano i giornalisti, secondo Adriano Giannola il rientro degli investimenti è basso perché le risorse sono destinate a opere piccole, che accontentano interessi locali e creano qualche posto di lavoro, ma che non riescono ad agire in profondità e rilanciare il Paese.

E parla di fondi europei, risorse e disservizi anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo intervento all’incontro di presentazione dell’industria STMicroelectronics a Catania il 26 febbraio. Lo scarso utilizzo dei fondi europei, dichiara il Presidente, è punto dolente per le regioni del Sud: “il fallimento nell’uso tempestivo e razionale dei fondi europei è stato un po’ un fallimento della prova dell’autogoverno regionale del Mezzogiorno”. Va quindi corretto, anche attraverso la riforma del Titolo V, il modo di operare delle Regioni, soprattutto in termini di “abbandono di eccessi di autoreferenzialità e di tendenza all’arroccamento” specialmente per ottenere migliori risultati dal ciclo di programmazione 2014/2020. Occorre inoltre una “concertazione nazionale che è mancata”. In questo senso, l’adozione dell’Agenzia per la Coesione è un valido strumento “a cui le Regioni devono collaborare e non resistere”.

Al di là della querelle sull'utilizzo dei fondi europei e sul loro concorso allo sviluppo del Mezzogiorno, su cui torneremo tra poco, secondo molti organi di stampa quello che pare mancare al nuovo esecutivo e' un disegno, una visione d'insieme sul Sud. E' ancora una volta il quotidiano partenopeo “Il Mattino” a farsi paladino della proposta di un Manifesto per i diritti dei cittadini meridionali (Sud, un manifesto per i diritti, di Marco Esposito e Nando Santonastaso, 26 febbraio): perché, secondo “Il Mattino”, la questione meridionale non può esaurirsi nel buon impiego dei fondi europei, ma deve dare risposte precise a chi, nel Sud, è costretto a pagare una polizza Rc auto più alta che nel resto del Paese, sostenere costi bancari più elevati, e a fronte delle tasse versate non godere di un livello di servizi nel trasporto o nella sanità minimamente in linea con quanto versato. Secondo gli Autori, la vera svolta che il Sud pretende è avere le stesse opportunità e condizioni degli altri cittadini italiani in termini di livelli di servizi sanitari, culturali, economici. Un problema di diritti più che di redditi, che nasce dall'esigenza di una proposta da scegliere tra le tante frutto di anni di studi e ricerche, e che, in polemica con il Presidente del Consiglio, superi il binomio miglior utilizzo dei fondi europei/lotta alla criminalità. L'azione del Governo, scrivono gli Autori, dovrebbe andare oltre il ben necessario controllo della spesa dei fondi Ue, che comunque non è la manna che risolve tutti i problemi, e assumere come centrale il superamento del gap infrastrutturale, che la stessa Ue non indica tra le sue priorità perché lo delega totalmente agli Stati membri. In questo senso, azioni di centralizzazione come quella dell'Agenzia per la Coesione potrebbero fare la differenza ed essere estese anche ad altri settori attualmente in mano alle Regioni, quali le infrastrutture appunto, utilizzando come buona opportunità la riforma del Titolo V. Temi su cui era già intervenuto pochi giorni prima con un appassionato editoriale anche il Direttore de “Il Mattino” Alessandro Barbano, (Il Mezzogiorno sia il primo punto per il governo, 23 febbraio). In sintesi, Barbano ricorda la mistificazione, la narrazione alterata di cui è vittima il Sud da decenni, sul piano storico (il Sud preunitario era già indietro rispetto al Nord), e politico (Sud sprecone, si salva da solo). Confondere l'Italia con la macroregione settentrionale è pericoloso, scrive Barbano, e il Sud non può essere visto solo come serbatoio di cervelli che emigrano nel ricco Nord oppure come meta di una tappa di Expo 2015, ma va considerata invece parte centrale di un progetto di sviluppo del Paese tutto, che ha volontà precisa e dichiarata di mantenersi unito e di voler crescere insieme e non contrapposto.

Secondo il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, nell'intervista di Rosanna Lampugnani pubblicata sul “Corriere del Mezzogiorno” dell'11 marzo (Sbloccheremo i fondi, premi alle Regioni virtuose), il Sud e' una risorsa strategica del Paese, con importanti margini di crescita. La decisione di affidare il tema del Sud alla Presidenza del Consiglio è in linea con l'idea di coesione e coordinamento già presente in Barca e Trigilia, con l'obiettivo principe di razionalizzare la spesa dei fondi europei. Ma il Sud non è solo questo. Delrio sottolinea che i diritti fondamentali in materia di istruzione, salute, fruizione della cultura devono essere uguali in tutto il Paese, a Nord come a Sud. Deciso a battersi in sede europea anche per vedere riconosciute misure inclusive di lotta alla povertà e sostegno all’inserimento nel mondo del lavoro quale strategia non assistenziale di un progetto di sviluppo più articolato, Delrio conferma l’intenzione di proseguire con la costituzione di un'Agenzia per la Coesione così come era stata pensata e proposta dai predecessori e sottolinea anche la necessità di premiare le amministrazioni virtuose e sanzionare le inadempienti. Quanto ai settori prioritari a cui destinare risorse per la crescita, Delrio sostiene che “per fare grande il Mezzogiorno non servono solo le infrastrutture o solo grandi risorse, si deve cominciare dalle comunità perché rispettino le regole, perché ritrovino fiducia nelle istituzioni. Buone scuole, buoni ospedali, corretto rapporto tra pubblico impiego e cittadini”. Anche destinando ulteriori risorse, a condizione che, in caso di una incapacità effettiva di spesa, non ci siano alibi o giustificazioni per nessuno.

Macroregione Sud

Sull’onda dei risultati negativi della politica di coesione e in vista del nuovo ciclo di programmazione europea 2014-2020, con il suo carico di bilanci e di aspettative tipico di ogni nuovo inizio, sui vari organi di stampa si dibatte, chi pro chi contro, sull’ipotesi di istituire una macroregione meridionale: un’area cioé che accorpi in un nuovo organismo federale le otto regioni meridionali, e che sia in qualche modo contrappeso della macroregione settentrionale già sbandierata dalla Lega Nord (come ricorda Roberto Maroni, Governatore della Regione Lombardia, nel suo libro Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari, pubblicato nel 2012). Un tema non nuovissimo, ma che torna di attualità; già infatti negli anni Novanta nella pubblicazione “Un federalismo dei valori. Percorso e conclusioni di un programma della Fondazione Giovanni Agnelli (1992-1996)” curata da Marcello Pacini si proponeva di articolare una nuova distribuzione geografica delle Regioni italiane, ridotte a dodici, in base a diverse combinazioni di criteri fiscali e territoriali. Di macroregione al Sud aveva parlato anche Giorgio Ruffolo nel 2010 nel saggio Una macroregione per curare il Sud, pubblicato sul numero 3/2010 della “Rivista Giuridica del Mezzogiorno” (che riprende il suo articolo pubblicato Rapporto SVIMEZ. Una macroregione per curare il Sud, sul quotidiano “Il Manifesto” del 23 luglio 2010): anche per Ruffolo la macroregione dovrebbe risultare dall’abolizione delle Regioni attualmente intese, e andrebbe istituita con una riforma costituzionale, insieme alla macroregione del Nord; entrambe sarebbero “legate da un patto e mediate da un Governo nazionale con un Presidente della Repubblica eletto dal popolo”. Nel pensiero SVIMEZ, invece, si parla più che altro di “macroarea”. Come ricorda il Direttore Riccardo Padovani nel suo intervento pubblicato sul “Quaderno SVIMEZ” numero 38 “Manifestazione in onore di Nino Novacco (Eminente Meridionalista) (30 ottobre 1927 - 7 novembre 2011)”, il termine “macroarea” è complesso, perché non trascura le differenze interne, ma connota il Mezzogiorno come un’area con elementi comuni di ritardo strutturale, sintetizzati, al di là delle differenze interne, nel forte divario con il resto del Paese. Ma non è solo questo. Alla luce dei risultati deludenti delle politiche incentrate sul localismo e regionalismo, e dall’analisi dei limiti della Nuova Programmazione, la SVIMEZ ha spesso sottolineato la necessità di una governance interregionale e di una forte cooperazione tra le Regioni meridionali per una strategia di sviluppo condivisa. Come riportato nel “Documento-Agenda per il Sud”, “il problema degli assetti istituzionali rappresenta un aspetto cruciale da affrontare per favorire l'esigenza più complessiva di perseguire con efficacia un organico reinserimento del Sud nel circuito dello sviluppo… La proposta è, cioè, quella di una governance multilivello, nell’ambito di una cooperazione istituzionale basata su uno stretto coordinamento tra tutti i livelli di governo in grado di intervenire e garantire efficacia anche nella fase di progettazione e di realizzazione”. Tema che ricorre anche nel Manifesto di Adriano Giannola e Marco Zigon Un Forum per le Regioni meridionali già citato: “Governo, Regioni, Comuni e Province sono livelli di governo che, invece di cooperare, si paralizzano a vicenda e frenano la crescita…. Qualcosa non quadra nelle istituzioni italiane: le Regioni sono troppo piccole (e scoordinate) per essere in grado di progettare politiche di sviluppo… Al tempo stesso le Regioni stesse sono troppo grandi per non risultare pletoriche”.

Tra i Governatori, è Stefano Caldoro a promuovere in pieno il progetto di “macroregione”. Lo aveva fatto il 29 novembre 2013 in un’intervista al Direttore de “Il Denaro” Alfonso Ruffo, nel corso del convegno “Napoli 2020”: le amministrazioni vanno ripensate sulla base di un mondo economico che cambia in fretta, in un’ottica effettivamente riformatrice; il sistema statuale va ridefinito sulla logica della macroregione, mentre andrebbero abolite le Regioni così come sono. Lo ribadisce su Twitter il 23 febbraio rilanciando direttamente a Matteo Renzi la proposta di istituire la macroregione meridionale, una delle sei nuove macroregioni in cui suddividere l’organizzazione statale, senza compiti di bilancio e gestione, ma solo di programmazione interregionale. Renzi risponde positivamente e invita i Governatori a mettersi insieme in un progetto condiviso, mentre strizzano l’occhio alla proposta anche la Lega Nord, tradizionalmente legata alla “Padania”, e il Movimento Cinque Stelle. Il dibattito sulla macroregione del Sud prende quindi corpo sui giornali meridionali. Antonello Grassi sul “Quotidiano della Basilicata” dedica al tema una serie di interviste a protagonisti delle istituzioni e accademici. In Macroregioni, e il Sud riparte, del 26 marzo, intervista Massimo Lo Cicero, in un libro del 2010, Sud a perdere. Secondo Lo Cicero andrebbe adottato il modello della Bce: la macroregione come un unico consorzio a cui partecipano i vari Governatori, il cui coordinamento periodicamente viene affidato a uno di loro, facendosi promotore di strategie condivise. Anche creative, come la “virgola di Ponente”, un distretto capace di collegare per continuità di sistema Napoli e Torino via Genova. Le macroregioni, tre o quattro al massimo, possono quindi essere proposte come sistemi coordinati di interessi, imprese, città, essendo l’Italia terra comunale più che regionale; nuove relazioni di sistemi produttivi che snelliscano gli apparati, in nome di una maggiore funzionalità ed efficienza. Due giorni dopo, sempre sul quotidiano lucano, è la volta del Presidente della SVIMEZ Adriano Giannola (“Addio Regioni? Non ancora”). Giannola precisa: “La macroregione non deve essere una bandiera. Noi non vogliamo istituzionalizzare il Mezzogiorno, renderlo una nazione, ma rendere più efficiente il governo del territorio partendo dai contenuti”. La macroregione diventa quindi una modalità per mettere in rete politiche comuni; lo strumento principe di intervento è la riforma del Titolo V, nell’ambito della quale occorre ridefinire le competenze Stato-Regioni, così da potersi coordinare più agilmente su una serie di progetti strategici, come acque, difesa del suolo, infrastrutture, rapporti con il Mediterraneo. Discorso a parte, invece, sulla qualità degli interventi. Secondo Giannola sui fondi europei c’è una grande mistificazione, perché l’Italia spende molto più di quello che riceve, e le risorse che ritornano da Bruxelles non creano sviluppo, ma mero sostegno, e non possono sostituirsi agli investimenti. Il settimanale economico del lunedì del “Corriere del Mezzogiorno”, “Mezzogiorno Economia”, dedica alla macroregione (anzi, alle macroregioni: una continentale, l’altra insulare) un’ampia inchiesta sul numero del 31 marzo: La Macroregione Sud vuole unire il Mezzogiorno. Ma le Regioni (per ora) si dividono. Disponibili infatti i Governatori della Basilicata e della Calabria, contraria la Puglia, scettici Abruzzo e Molise. I più convinti sono i calabresi. Secondo il Presidente Giuseppe Scopelliti serve una vera e ampia riforma costituzionale che istituisca la macroregione, perché “le classi dirigenti non sono in grado di modificare la situazione, tutto è e resta sempre nelle mani della burocrazia che uccide il Mezzogiorno”. All’interno della riforma per Scopelliti vanno comunque gestiti con attenzione i delicati aspetti che derivano dal venir meno delle Province. Sulla stessa linea Marcello Pittella, Presidente della Regione Basilicata, che però si dimostra più cauto dati i tempi lunghi che riguardano le riforme costituzionali. In attesa della riforma si può però iniziare da subito a fare squadra, sostiene Pittella, come dimostra l’accordo quadro sul turismo sottoscritto dalla Regione Basilicata con Puglia e Calabria. Diverso lo sguardo delle altre Regioni. Per il Presidente della Regione Molise Paolo di Laura Frattura sì alla cooperazione interregionale, ma per il Molise l’area di riferimento sono le Marche o l’Abruzzo, e modificare la Costituzione comporterebbe tempi che le Regioni non possono aspettare. Favorevole alla razionalizzazione del sistema ma tiepido sulla proposta anche il Presidente Gianni Chiodi, secondo cui il territorio abruzzese è storicamente collegato e proiettato sul Lazio e sulla capitale, e al massimo si può estendere anche verso le Marche o il Molise, non altrove. Decisamente contrario invece il Presidente Nichi Vendola, secondo cui più che abolire la stagione gloriosa del regionalismo come i Padri costituenti lo concepirono, anche come strumento di realizzazione dell’unità nazionale dell’Italia uscita dalla guerra, occorrerebbe fare oggi un bilancio del mito salvifico del federalismo proposto dalla Lega. Se da una rete di maggiore interazione tra Regioni meridionali su temi specifici, come la gestione delle acque o i trasporti, possono derivare effetti positivi, lo stesso non si può dire per la proposta di Caldoro, che pare “la riproposizione del Regno delle Due Sicilie, con Napoli capitale e rischia di diventare la perpetuazione del dualismo italiano”. Quanto alle parti sociali, idea buona ma poco praticabile, sostiene Alessandro Laterza, perché se le amministrazioni, al di là dei proclami, nella Conferenza delle Regioni non riescono a mettersi d’accordo, non si capisce come possano cooperare facilmente insieme in un’altra struttura. Fermo restando che l’idea nasce da un’esigenza nobile di maggiore partecipazione delle istituzioni del Sud alla vita politica del Paese, è pur vero che sia la riforma del Titolo V che l’Agenzia della Coesione possono essere campi privilegiati in cui sperimentare nuove interazioni istituzionali. Contrario anche Vito Santarsiero, sindaco di Potenza e responsabile Anci per il Mezzogiorno. La macroregione è un argomento per distogliere l’attenzione da altri problemi, come il gap infrastrutturale oppure il deserto industriale; va invece colta come opportunità per riflettere sulle cause che rendono alcune regioni efficienti e altre no. Ai fini dello sviluppo, quindi, meglio mantenere una comunicazione diretta con le istituzioni centrali anziché distribuire ancora di più poteri sui territori. Critico verso i localismi anche Giorgio La Malfa, intervistato da Cinzia Peluso su “Il Mattino” (La Malfa: Stop ai localismi, il Veneto non diventi la nostra Germania, 31 marzo). Secondo La Malfa serve un nuovo progetto nazionale per lo sviluppo del Sud; e la riforma del Titolo V non porterà immediatamente e automaticamente strumenti per la crescita. Anzi: l’esperienza delle Regioni è stata deludente, e il divario Nord-Sud si è aggravato anche con la fine dell’intervento straordinario. In più, un Governo che pare puntare prima di tutto sulla velocità di definizione ed esecuzione degli interventi non può permettersi di dedicare molto tempo a un tema serio e complesso quale quello posto dalla macroregione. Sulla stessa linea l’ex Ministro alla Coesione territoriale Carlo Trigilia, intervistato sul “Corriere del Mezzogiorno” da Emanuele Imperiali (Trigilia: “No alla macroregione, sì al coordinamento”, 10 aprile). Secondo Trigilia serve una strategia nazionale capace di legare insieme Nord e Sud del Paese, ma l’idea della macroregione è “discutibile” e data l’estensione geografica del Mezzogiorno anche poco praticabile. Tutte le Regioni, da Nord a Sud, incontrano difficoltà nel coordinamento delle politiche; se a parole sono tutti d’accordo nell’aderire alla proposta, “le pressioni legate al consenso elettorale rendono arduo nella pratica”. La vera sfida è coniugare insieme sostegno al capitale sociale, a Nord come a Sud, con politiche di sviluppo, che evitino logiche frammentarie e spazi clientelari, concentrandosi prioritariamente su innovazione, internazionalizzazione, digitalizzazione, città e aree interne, formazione e lotta alla povertà.

I convegni

Ancora una volta numerosi sono stati gli incontri dedicati al Mezzogiorno nel periodo di osservazione della rassegna, a partire dal Seminario “I ritardi strutturali dell’industria siciliana” che si è svolto al Dipartimento di Economia dell'Università di Catania il 29 gennaio, in occasione della presentazione del volume ”Divari manifatturieri e strumenti di politica industriale. Il caso del credito d'imposta in Sicilia”, cui è intervenuto il Direttore della SVIMEZ Riccardo Padovani. Secondo le analisi della SVIMEZ, ha dichiarato Padovani, dal 2007 al 2012 il settore manifatturiero del Mezzogiorno ha ridotto di un quarto il proprio prodotto, di poco meno gli addetti, e ha quasi dimezzato gli investimenti (-45%); in Sicilia la caduta del prodotto manifatturiero ha superato il 30% e quella degli investimenti il 34%. Per uscire dalla lunga fase di recessione e tornare a crescere, secondo il Direttore della SVIMEZ, è necessaria una nuova politica industriale attiva e fortemente selettiva, in grado di operare una seria programmazione di settori e filiere, individuando le maggiori opportunità di sviluppo e le tecnologie chiave sulle quali orientare gli investimenti. Una politica industriale regionale specifica per l’area, che potenzi e rafforzi da subito alcuni degli strumenti già operativi, come il Fondo di Garanzia per le PMI, l’ACE, il Fondo Italiano d’Investimento per le PMI, il Fondo Strategico Italiano, il Fondo High Tech per il Mezzogiorno e le agevolazioni fiscali a favore degli investimenti in “reti d’imprese”. Temi che ritornano anche nell’intervista a Nino Arena pubblicata sul quotidiano “La Sicilia” il 31 gennaio, “Dalla crisi non si esce col modello Electrolux”. Se nel Nord Italia il problema essenziale è difendere e riqualificare il tessuto produttivo esistente, sostiene Padovani, al Sud la base industriale resta tuttora e permanentemente sottodimensionata, per cui il tessuto meridionale va “reindustrializzato” totalmente. Da anni inoltre in Italia e al Sud manca una politica industriale; mentre numerosi Stati europei hanno incrementato gli interventi a favore della ricerca, dell’innovazione, dello sviluppo regionale e del settore formativo, in Italia il calo dei finanziamenti a sostegno del settore ha riguardato tutti i principali obiettivi di politica industriale. Occorrerebbero invece, continua il Direttore, nuove risorse per rafforzare e diversificare a livello territoriale misure a sostegno dell’innovazione e dei progetti di trasferimento tecnologico tra università e imprese. Diversamente, il rischio è quello di non raggiungere l’obiettivo fissato dalla Ue di portare al 20% del Pil il peso del manifatturiero. Tanto più che se nel Centro-Nord il comparto pesa per il 18,7% sul totale, al Sud è fermo al 9,2% e in Sicilia addirittura al 6,3%. Stesso convegno, ma diversa prospettiva per il “Quotidiano di Sicilia”, che, a firma di Desirée Miranda, nell’intervistare il Direttore Padovani (Padovani (SVIMEZ) sollecita geotermia e logistica nel Mediterraneo, 4 febbraio), sottolinea per la Sicilia e il Mezzogiorno l’auspicio di una ripresa strategica aperta a vari drivers: energia rinnovabile e geotermia, logistica e Mediterraneo, per intercettare i grandi flussi di traffico, porre le basi per la manipolazione a terra delle merci verso l’Europa e la riqualificazione degli ambienti urbani.

Numerosi sono stati anche, nel periodo in questione, i Seminari SVIMEZ: il Seminario “La rigenerazione urbana, un driver di sviluppo”, che si è tenuto presso la sede dell’Associazione il 26 marzo; “Il Mezzogiorno in un quadro federale: per una riforma del Titolo V”, tenutosi il 7 aprile; il Seminario ACEN-SVIMEZ su “Questione urbana e Mezzogiorno”, che si è svolto presso l’ACEN a Napoli il 29 aprile; e “La programmazione del nuovo ciclo dei fondi europei 2014-2020: riflessi sulla governance statale e regionale nel Mezzogiorno italiano” che si è tenuto alla SVIMEZ l’8 maggio.

Nel corso del primo Seminario, nell’ambito del quale è stato presentato il numero della “Rivista economica del Mezzogiorno” interamente dedicato a Questione urbana e Mezzogiorno, il Direttore della Rivista Riccardo Padovani ha avanzato la proposta di “un Piano di primo intervento limitato a poche città delle Regioni della Convergenza per fronteggiare situazioni di particolare emergenza sociale e innescare processi di nuove iniziative imprenditoriali, così da trasformare il deficit urbano meridionale in un’opportunità di sviluppo e crescita”. Come già sottolineato nel Documento dei 21 Istituti meridionalisti presentato alla Camera dei Deputati lo scorso anno, ha continuato Padovani, le città sono i veri motori di crescita nel Paese, ma al Sud segnalano fenomeni di progressivo degrado da arrestare ed invertire. Di qui la necessità di puntare sulla “rigenerazione urbana”, un driver identificato dalla SVIMEZ quale motore di sviluppo economico, attraverso interventi a sostegno della mobilità sostenibile, della riduzione del traffico urbano, dell’efficienza energetica degli edifici, del miglioramento dei cicli dell’acqua e dei rifiuti, delle energie rinnovabili e della riqualificazione e rivitalizzazione di aree verdi e urbane. Dal punto di vista delle politiche urbane, conclude Padovani, la cultura della rigenerazione segna un’inversione di tendenza rispetto alla cultura dell’espansione degli ultimi decenni. Stessi temi anche nell’intervista rilasciata a Nando Santonastaso su “Il Mattino” del 26 marzo, Proposta SVIMEZ: rigenerare le città per stoppare il declino del Sud. “Rigenerare le città vuol dire, dichiara Padovani, rilanciare il Mezzogiorno senza dover attendere una congiuntura favorevole o la risposta dei mercati. In più, un piano di riqualificazione urbana favorisce lo sviluppo di “zone franche” e a “burocrazia semplificata” perché stimolerebbe la crescita con incentivi fiscali e consentirebbe di valorizzare i giacimenti culturali con la interconnessione delle strategie”. Secondo il Consigliere SVIMEZ Paolo Baratta intervenuto al Seminario “le città si trovano oggi di fronte a una scelta senza mezze misure: o diventare moltiplicatori dello sviluppo, attraverso l’attrazione di capitali e di cervelli, o moltiplicatori del degrado, aggravando il sottosviluppo. Essendo in bilico tra queste due opzioni opposte, le città del Sud, Napoli in primis, senza un progetto di sviluppo saranno destinate a diventare potenziali cadaveri. Per troppi anni” ha concluso Baratta, “abbiamo delegato la questione urbana a un problema di natura strettamente edilizia. Ma l’edilizia da sola ha il fiato corto e non può governare lo sviluppo del territorio. Dobbiamo reinventare un ruolo per far crescere le città attraendo nuovi investimenti”.

Molto seguito dalla stampa anche il Seminario “Il Mezzogiorno in un quadro federale: per una riforma del Titolo V”, tenutosi il 7 aprile in sede. Secondo il Consigliere SVIMEZ Manin Carabba, Direttore della “Rivista giuridica del Mezzogiorno”, “il disegno di legge del Governo sulla riforma del Titolo V è una buona occasione per rafforzare i poteri di riequilibrio dello Stato nelle aree più arretrate senza abolire il federalismo. In questo senso, in una prospettiva meridionalista, occorre agire su due fronti: nel settore del welfare, determinando i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) validi su tutto il territorio nazionale, e nelle politiche perequative, riconoscendo priorità al Mezzogiorno nell’utilizzo del Fondo omonimo”. Secondo Carabba, intervistato da Nando Santonastaso su “Il Mattino” (Welfare e divario Sud-Nord, il Titolo V occasione decisiva, 6 aprile), “la sfida in chiave Sud si gioca tutta sul welfare e sui livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici”. Visto che le disuguaglianze sociali e territoriali, come ricorda Stiglitz, sono considerate uno dei fattori della crisi stessa, per garantire gli stessi diritti di accesso ai servizi essenziali ai cittadini su tutto il territorio nazionale occorre che i Lep siano interamente a carico del fisco statale, cosa che la Costituzione prevede, ma che nei fatti ancora non esiste. Proprio nell’ambito della preziosa occasione offerta dalla riforma del Titolo V, conclude Carabba, occorre ribadire che le linee generali per garantire interessi nazionali vanno decise normativamente a livello nazionale, senza dubbi o timori di marginalizzare le esigenze dei territori. Al Seminario, basato sulla Relazione del Professor Beniamino Caravita, hanno partecipato il Professor Enrico Buglione, l’Architetto Giovanni Cafiero, la Professoressa Carla Collicelli, Roberto Gallia, il Consigliere SVIMEZ Federico Pica. Trae spunto dal Seminario anche l’editoriale decisamente provocatorio di Giovanni Valentini sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 9 aprile, La secessione dovremo farla noi meridionali. Se infatti il referendum separatista del Veneto affonda le sue radici nella rozza predicazione leghista, è anche vero che le politiche federaliste dal 2001 in poi hanno avvallato nei fatti un “separatismo strisciante” che continua ad allargare il gap Nord-Sud penalizzando la popolazione meridionale. Provocatoriamente, sostiene Valentini, sono le regioni meridionali che dovrebbero invocare una secessione riparatrice dai danni della degenerazione federalista. In questo senso occorre rilanciare un nuovo accentramento di competenze e funzioni in materia di sanità, energia e trasporti e riconoscere priorità al Mezzogiorno nell’utilizzo del Fondo per le politiche perequative, estendendo l’ambito operativo, oltre al welfare, alla difesa dell’ambiente e alla gestione delle acque e dei rifiuti. Questo per rafforzare i poteri di riequilibrio dello Stato nelle aree più arretrate in nome di un federalismo più equo e solidale. E’ stata invece l’analisi delle migrazioni dalle città meridionali incrociata con il tema della questione urbana a catturare l’attenzione della stampa in merito al Seminario ACEN – SVIMEZ “Questione urbana e Mezzogiorno” svoltosi a Napoli il 29 aprile. “Dal 2001 al 2011, in base agli ultimi dati disponibili dall’ultimo censimento, ha ricordato il Direttore Riccardo Padovani, i comuni del Mezzogiorno con popolazione superiore a 150mila abitanti hanno perso oltre 420mila abitanti, pari a un crollo quasi del 13%, Napoli ha perso 42mila abitanti, Palermo 29mila; nello stesso periodo i comuni del Centro-Nord sono cresciuti di oltre 530mila unità, con un incremento del 6,8%. Per questo è urgente un “piano strategico nazionale e meridionale di primo intervento” che punti sulla rigenerazione urbana per trasformare il degrado a cui stanno andando incontro le città meridionali in un’opportunità di sviluppo e di ripresa della crescita”. Ripercorrendo la lunga tradizione storica di studi della SVIMEZ sulla questione urbana, dagli scritti di Salvatore Cafiero a quelli di Pasquale Saraceno, il Consigliere SVIMEZ Alessandro Bianchi ha ricordato invece come la “rigenerazione urbana” sia un processo molto complesso di natura politico-programmatica, che comprende molteplici discipline: la riqualificazione edilizia, la ristrutturazione urbanistica, il recupero del patrimonio culturale, archeologico, architettonico e artistico. Un processo dalle grandi potenzialità, come argomentato anche nel suo editoriale Il Mezzogiorno dimenticato, pubblicato sul quotidiano “Europa” del 10 maggio.

Presieduto dalla Vice Presidente della SVIMEZ Maria Teresa Salvemini e introdotto dal Consigliere Manin Carabba, Direttore della “Rivista Giuridica del Mezzogiorno”, si è tenuto l’8 maggio in sede il Seminario “La programmazione del nuovo ciclo dei fondi europei 2014-2020: riflessi sulla governance statale e regionale nel Mezzogiorno italiano”. Nell’intervista a Raffaella Venerando Lepore, Svimez: «No all’eccesso di burocratismo per l’Agenzia di Coesione» pubblicata sul sito del mensile di Confindustria Salerno “Costozero” il 30 maggio, il Consigliere Amedeo Lepore, (intervenuto al Seminario con l’intervento L’Agenzia italiana per la Coesione territoriale la macroregione e l’evoluzione delle strategie per il Mezzogiorno), si è soffermato sui problemi inerenti la costituzione dell’Agenzia per la Coesione. “C’è una sostanziale differenza tra il disegno originario proposto dal ministro Trigilia e quello parlamentare che ha introdotto diverse modifiche, ha affermato Lepore, tra cui quelle relative all’agenzia Invitalia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa, inserita come ente di riferimento per la valutazione degli interventi da effettuare. I compiti dell’Agenzia hanno visto una finalizzazione ben precisa in merito ai fondi strutturali europei e a quello per la coesione. La SVIMEZ, invece, aveva immaginato che l’Agenzia andasse anche oltre la mera gestione dei finanziamenti e che avesse un board di tecnici, capace di scelte efficaci di programmazione e intervento. Nel percorso parlamentare, inoltre, si sono inserite alcune attenuazioni dei poteri sostitutivi e un riferimento alle Regioni più pregnante anche nel comitato direttivo dell’Agenzia”.

Altri due appuntamenti vanno ricordati: la presentazione del “Rapporto SVIMEZ sulle entrate tributarie della Regione Calabria” che si è tenuta all’Università di Roma Tre il 12 febbraio e il convegno “Meridionalismo e sudismo. Storia, economia, pensiero” promosso dal “Corriere del Mezzogiorno” e dall’Università “Federico II” a Napoli l’11 aprile.

Pubblicato nei Quaderni SVIMEZ e realizzato sulla base di elaborazioni di dati COPAFF, SIOPE, Agenzia delle entrate, Ministero dell’Economia, Istat e rendiconti della Regione Calabria, il “Rapporto sulle entrate tributarie della Regione Calabria” fotografa l’andamento delle entrate tributarie della Regione Calabria in confronto, dove possibile, con le altre Regioni a statuto ordinario nel periodo 2002-2011. In base a quanto emerge dal Rapporto, negli anni 2008-2010, in media, ogni cittadino italiano ha versato alla propria Regione 914 euro di tributi propri, di cui 642 euro di IRAP e 143 di IRPEF. Con forti differenze regionali, sia nei valori assoluti (dai 1.287 euro del Lazio ai 500 della Calabria), che nelle aliquote (la base, diffusa al Nord, è al 3,9% ma Calabria, Molise, Campania e Lazio si attestavano al 4,97%). Forbice ampia anche nella spesa sanitaria regionale pro capite, compresa, in base ad elaborazioni SVIMEZ, tra i 1.967 euro del Lazio e i 1.532 euro della Calabria. Calabria dove, tolta la sanità, la quota destinata agli altri livelli essenziali di assistenza (istruzione, trasporti, assistenza alle persone), è stata nel 2011 95 euro pro capite, insufficiente quindi a garantire un servizio equo in linea con quanto previsto dalla Costituzione. A intervenire sul tema sono stati soprattutto i sindacati. “Se il prelievo a livello locale cresce, lo Stato deve ridurre quello a livello nazionale, ha dichiarato il Segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli all’agenzia di stampa “Ansa”, commentando i dati SVIMEZ. Secondo Petriccioli, “il problema non è, in sé, rappresentato dal divario del prelievo fiscale nelle diverse Regioni, quanto dal fatto che l'attuazione del federalismo fiscale è rimasta incompleta. La fiscalità regionale e locale dovrebbe essere maggiormente aderente a ciò che i cittadini e le imprese ricevono, in termini di servizi indivisibili, infrastrutture e servizi diretti”. “E' assurdo che in Italia esista uno squilibrio così forte, in materia di fisco, non solo tra Sud e Nord, ma anche da regione a regione, ha incalzato il Segretario confederale dell'Ugl Maria Rosaria Pugliese. Allo stesso tempo non e' comprensibile come possa esistere una forbice così ampia in materia di spesa sanitaria regionale. Quello lanciato dalla SVIMEZ è l'ennesimo campanello di allarme che non possiamo ignorare: tutto il Paese sta facendo i conti con una crisi senza precedenti e il Mezzogiorno, dove fino ad ora è venuta a mancare una vera politica di sviluppo e di sostegno alle famiglie, rischia seriamente il collasso di interi territori. Senza una riduzione del cuneo fiscale e una vera redistribuzione del reddito, che rimetta in moto il mercato interno e colmi queste differenze inaccettabili, non riusciremo mai ad agganciare la ripresa”. Chi vive nel Mezzogiorno versa una quota del proprio reddito superiore ma in cambio usufruisce di servizi peggiori, sostiene Antonio Vastarelli su “Il Mattino” del 13 febbraio nell’articolo Campania, le tasse al massimo non coprono il costo della sanità. La forbice, rileva Vastarelli, riguarda i tributi ma anche la spesa sanitaria pro capite. Concentrandosi sulla Campania, il giornalista segnala come in regione i circa 8 miliardi di euro di entrate da tributi non bastino nemmeno a sostenere gli 11 miliardi di spesa sanitaria media, e il fondo perequativo si dimostri insufficiente a colmare il divario. Di qui la proposta, avanzata da Raffaele Calabrò, consigliere per la sanità del Governatore Caldoro, di introdurre nuovi criteri alternativi alla spesa storica per identificare il trasferimento atto a compensare il gap, quali la popolazione e l’età media della stessa. Si sofferma invece più sugli effetti dell’Irap sulle imprese l’articolo di Concetta Schiariti, Tasse regionali, pagano le imprese, pubblicato sul “Corriere del Mezzogiorno” del 17 febbraio. La giornalista sottolinea come il maggior gettito dei tributi regionali arrivi dalle imprese, con aliquote così pesanti che stroncano la crescita e una volta arrivati in cassa riescono a malapena a coprire il deficit sanitario lasciando scoperti gli altri servizi. A pagare di più sono in particolare gli imprenditori pugliesi, con un’entrata Irap pari al 69% del totale. In questo modo, quindi, l’Irap si configura come un’ulteriore imposta sui consumi e costituisce il caso esemplare di come si ammazza il sistema produttivo di una regione non sviluppata, gravando su investimenti ed esportazioni. Alla presentazione del Rapporto sono intervenuti l’Assessore Regionale al Bilancio e alla Programmazione della Regione Calabria Giacomo Mancini, il Consigliere SVIMEZ Federico Pica, e Franca Moro, già dirigente della SVIMEZ. Sono seguiti gli interventi di Bruno Bises (Università di Roma Tre), Enrico Buglione (Issrfa-CNR), Antonio Di Majo (Direttore del Centro di Ricerca in Economia e Finanza Pubblica – CEFIP), Pietro Manna (Dirigente generale del Dipartimento Bilancio e Patrimonio della Regione Calabria), Giuseppe Soriero (Consigliere SVIMEZ) e Giuseppe Vitaletti (Università della Tuscia). Ha presieduto e moderato i lavori la Vice Presidente della SVIMEZ Maria Teresa Salvemini e concluso il Presidente Adriano Giannola.

L’11 aprile si è svolto all’Università “Federico II” Napoli il convegno “Meridionalismo e sudismo. Storia, economia, pensiero”. Promosso dal “Corriere del Mezzogiorno”, la Giornata di Studi ha ospitato numerosi autorevoli meridionalisti, storici ed economisti. Obiettivo del convegno, come ricorda nell’editoriale Antonio Polito, Il Sud non bagna più Napoli, “Corriere del Mezzogiorno” del 12 aprile, è “ritrovare il filo della questione meridionale smarrita”, in cui Napoli non è più la capitale del Mezzogiorno né un modello da imitare; manca una leadership condivisa mentre molti territori sono in competizione tra loro e le eccellenze non riescono a fare sistema, ma rifiutano di abbassarsi ad aiutare l’area, pur all’interno dello stesso Sud, più povera. Tre le sessioni di studio, affrontate ognuna da una coppia di studiosi di orientamento culturale diverso: per la storia Paolo Macry e Francesco Pappalardo; per l’economia Adriano Giannola e Nicola Rossi; per il pensiero filosofico Franco Cassano e Biagio De Giovanni, introdotti dal rettore Massimo Marrelli e moderati dal Direttore Antonio Polito. Molti i punti in comune più che le divisioni; concorde la necessità di riconoscere la questione del Sud come nazionale e di superare la “funzione stabilizzatrice” che ha svolto per decenni il Mezzogiorno diventando serbatoio di voti in cambio di flussi di fondi. In conclusione sono emersi dal Convegno tre prospettive di ricerca da approfondire: l’inserimento della questione meridionale nel quadro europeo; il superamento appunto della logica voto contro sussidi; la conseguente rottura del consenso, per cui la politica ha ripreso ad attirare le masse solo nella sua espressione più demagogica.

Da segnalare infine, tra le tante iniziative svolte nel periodo in questione, la presentazione di “Congiuntura RES” su crisi, povertà e misure di contrasto in Sicilia che si è svolto alla Facoltà di Economia dell’Università di Palermo, cui è intervenuto il Consigliere SVIMEZ Antonio La Spina; la presentazione del “Terzo Rapporto 2008-2012 sulle imprese industriali del Mezzogiorno” della Fondazione Ugo La Malfa che si è svolto a Bari il 17 febbraio; il Convegno internazionale “La nuova emigrazione italiana” promosso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia che si è svolto nella città lagunare il 7 marzo, cui è intervenuto il Presidente Adriano Giannola; il Convegno “L’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno e il Nord Italia. Un Paese più unito di quanto sembri” promossa da SRM e Banco di Napoli che si è svolto nel capoluogo partenopeo il 18 marzo; l’intervento del Consigliere SVIMEZ Federico Pica al convegno promosso dalla Fondazione Curella e dall’Università di Palermo “La fiscalità compensativa strumento indispensabile per lo sviluppo del Mezzogiorno” che si è tenuto nell’ateneo il 19 marzo; il convegno “Il credito al Mezzogiorno: politiche pubbliche, strumenti giuridici” promosso dall’Università La Sapienza l’11 aprile, in cui è intervenuto con una relazione il Presidente Adriano Giannola; il convegno “Nord e Sud. Divari di sviluppo e politiche economiche” promosso dall’Università degli Studi di Catanzaro il 14 aprile, in cui sono intervenuti il Presidente Adriano Giannola e il Consigliere SVIMEZ Giuseppe Soriero; il Convegno “Fondi europei. Quanta spesa? Quali programmi’” promosso dall’ACEN e dall’Unione degli Industriali di Napoli che si è svolto nel capoluogo partenopeo il 16 aprile; la relazione del Dirigente SVIMEZ Delio Miotti alla conferenza sulla revisione della legge regionale siciliana 55/80 “La necessité d’une nouvelle loi pour souvenir la mobilité sociale” all’Università di Mons in Belgio il 3 maggio; la relazione del Presidente Adriano Giannola alla “Giornata di Studi in onore di Salvatore Vinci, un economista della scuola di M. Rossi Doria a Portici” che si è svolta all’Università La Sapienza il 6 maggio; lo spettacolo teatrale in ricordo del Consigliere SVIMEZ “Antonio Maccanico. Un uomo di Stato” che si è svolto al Teatro Quirino di Roma il 12 maggio; le relazioni dei Consiglieri SVIMEZ Amedeo Lepore e Giuseppe Soriero al convegno “Senza freni. Per una ripresa a trazione meridionale” promosso dall’editore Rubbettino che si è svolto a Soveria Mannelli il 30 maggio.

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