Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

 
2016 05 12 napoli
 
Si è tenuta giovedì 12 maggio 2016 all’Istituto Banco di Napoli-Fondazione la presentazione del volume “La dinamica economica del Mezzogiorno. Dal secondo dopoguerra alla conclusione dell'intervento straordinario" a cura della SVIMEZ, edito da “Il Mulino” nella Collana dell’Archivio Centrale dello Stato.
 
Il dibattito è stato moderato dal direttore de “Il Denaro” Alfonso Ruffo.
 
Nel suo intervento il professor Amedeo Di Maio ha sottolineato come ci sia stato un tempo in cui le politiche di sviluppo hanno avvicinato le aree depresse del Paese a quelle più sviluppate; ma dopo questa fase, è emerso gradualmente in Italia “un insorgere di interessi confliggenti” che ha avuto un peso non limitato nel ridurre la questione meridionale a questione dei meridionali, non più nazionale, ma territorialmente e culturalmente circoscritta. La prima fase delle politiche e degli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, ha concluso Di Maio, ha messo in luce “un’esigenza dell’allora classe dirigente di contribuire soprattutto all’interesse generale; successivamente, con il prevalere di interessi corporativi e particolari, ha prevalso il disimpegno e la riduzione del problema a questione particolare, da risolversi con il modello di sviluppo autopropulsivo”.
 
Negli anni d’oro della Cassa per il Mezzogiorno la Banca Mondiale erogava soldi per il Sud, ma controllava che l’ente li spendesse come stabilito: non a caso dopo 25 anni di attività continua e rigorosa di una Cassa avulsa dai politici, il reddito del Mezzogiorno aveva recuperato il 20% della sua distanza da quello del Nord” ha dichiarato nel suo intervento Giorgio La Malfa. “E questo trend, questo positivo processo di sviluppo è andato avanti fino all’inizio degli anni 70, ha continuato. Poi si è fermato tutto, anche a causa dell’adozione di un modello di sviluppo che dava maggior peso ai salari e ai consumi rispetto agli investimenti”. A questo, ha concluso La Malfa, si sono aggiunte le responsabilità politiche dei partiti, in primis di quello comunista, contrario alla Cassa, e soprattutto poi delle Regioni, incapaci di portare avanti un progetto unitario di sviluppo.
 
Il periodo d’oro, la golden age, della Cassa per il Mezzogiorno, ha potuto contare su tre condizioni allora presenti che poi si sono esaurite e mai più riprodotte, ha sottolineato il professor Ugo Marani: una classe burocratica scissa dalla politica, figlia del ventennio fascista, con un suo disegno strategico da perseguire, e con un livello qualitativo e tecnocratico senza uguali nella storia repubblicana; una classe politica centrata culturalmente sull’interesse generale; una politica economica sostenitrice della necessità di creare le precondizioni per creare un tasso di crescita nel Sud almeno uguale a quello nazionale. A ciò si è aggiunto “uno straordinario disegno di ingegneria finanziaria, nato negli anni ‘30 e poi portato avanti fino agli anni ‘50, che ha riordinato il sistema bancario con una divisione funzionale del lavoro, e l’introduzione di differenze tra banche a breve e lungo periodo”.
 
Si è invece maggiormente concentrato sul lavoro e sull’occupazione, non senza uno sguardo all’attualità, il sociologo Enrico Pugliese. La sua lettura del volume sottolinea la responsabilità culturale molto forte delle classi dirigenti e amministrative regionali e locali, ma non risparmia critiche alle scelte soprattutto nazionali che furono sbagliate da un certo momento storico in poi. Il modello di industrializzazione migliore per il Sud è stato raggiunto negli anni ’70, secondo Pugliese, ma è poi stato abbandonato e dimenticato.
 
Con riferimento all’azione da porre in atto per riprendere la via dello sviluppo del Sud e del Paese, c’è una linea strategica che accorpa molti settori e linee di intervento, è quella della politica mediterranea da anni con forza proposta dalla Svimez, ha dichiarato il Presidente della SVIMEZ Adriano Giannola nel suo intervento conclusivo. “Il Mediterraneo va approcciato non attraverso una serie di “cooperazioni rafforzate”, ma come una sintesi di progetti di logistica, politica industriale, sostegno alle imprese. Questo comporta però scelte molto precise, ad esempio sulla portualità, che continua invece a essere percepita a vari livelli come strategia regionale se non locale”.
 
 
Programma
Associazione per lo sviluppo
dell'industria del Mezzogiorno
via di Porta Pinciana 6, 00187 Roma
Centralino 06.478501
Fax 06.47850850